Felicità e profitti
di Marco de Santis
Indice di questo contributo
1 Presupposti
2 Primi tentativi
3 Felicità e persona felice
4 Il ruolo delle aziende
5 Formazione, consulenza e coaching funzionali
6 Conclusioni
7 Note sull’autore di questo contributo
8 Collegamenti
Presupposti
Mi sono chiesto quale rapporto ci fosse fra la felicità delle persone e i profitti delle aziende. Ho individuato due presupposti dai quali partire:
- le persone felici sono maggiormente produttive e aumentano il livello della qualità;
- favorire l’aumento della felicità dei dipendenti significa aumentare le possibilità di profitto delle aziende.
Nelle grandi aziende si parla spesso di felicità dei dipendenti come chiave per aumentare la produttività dell’impresa. Il dibattito e i progetti realizzati testimoniano l’attenzione verso le persone, la cui soddisfazione sul lavoro inizia ad essere elemento importante dei processi produttivi.
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Primi tentativi
I primi tentativi di favorire la felicità dei dipendenti sono stati indirizzati all’aumento dei benefici e dei servizi offerti dall’impresa: mense aziendali confortevoli, biliardini, campi di pallacanestro, servizio di baby sitting, palestre interne fino ad arrivare ai cesti di frutta messi a disposizione all’entrata. Si tratta di cose cose utili al miglioramento della produttività e senza dubbio influiscono sullo stato d’animo di un dipendente che percepisce direttamente l’attenzione della propria
azienda verso le condizioni di lavoro. Ma tutto questo non basta e le aziende smettono di aumentare i servizi offerti quando scoprono che i miglioramenti ottenuti non coprono i costi sostenuti.
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Felicità e persona felice
Parafrasando Sant’Agostino che sul tempo diceva: “Se non me lo chiedono, io so benissimo che cos’è il tempo; ma se me lo chiedono… mi sembra di non saperlo e di non riuscire a spiegarlo”, posso dire che pur riuscendo ad intuire il concetto di felicità, non riesco a spiegarlo. Ciononostante sono in grado di distinguere una persona felice da una che non lo è. Quest’ultima considerazione ha spostato la mia riflessione dal concetto astratto di felicità alla concretezza di “persona felice”. Credo che una persona sia felice di lavorare quando:
- riesce ad esprimere pienamente se stessa;
- svolge i propri compiti riuscendo a raggiungere gli obiettivi;
- partecipa attivamente e in maniera insostituibile ai successi dell’impresa.
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Il ruolo delle aziende
Se questi sono gli aspetti visibili di una persona felice sul lavoro, quali sono le caratteristiche di un’azienda che favorisce la loro attuazione? La congiuntura economica non è delle migliori per questo non è il momento di chiedere alle aziende investimenti in benefit di varia natura che oltre a costituire una voce di costo non garantiscono in maniera direttamente proporzionale l’aumento del benessere dei dipendenti ne la correlazione con l’aumento dei profitti. Con queste premesse è possibile individuare una serie di azioni che non rappresentino nuovi costi ma cambiamenti in termini di comportamenti e capacità. Nelle mia attività da formatore, consulente e coach posso suggerire un elenco forse parziale, composto da elementi necessari ma non sufficienti:
- comunicazione interna strutturata ed efficiente;
- compiti assegnati chiari e obiettivi definiti;
- abilità di feedback sviluppate nel personale di direzione;
- definizione e condivisione della visione, della missione e dei valori aziendali;
- partecipazione creativa al cambiamento.
In sintesi cose reali e diverse dalla virtualità di Second Life
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Formazione, consulenza e coaching funzionali
Gli aspetti elencati sono tutti realizzabili attraverso l’implementazione di competenze direzionali, organizzative e di quelle riguardanti la comunicazione interpersonali. Questo tipo di competenze può essere implementato con azioni formative mirate e progettate esclusivamente nell’ambiente specifico di ogni azienda. Inoltre inserendo interventi di coaching all’interno di un percorso formativo, ci si orienta verso un approccio consulenziale a 360 gradi, a patto che sia funzionale alle peculiarità dell’azienda che lo richiede. In altre parole è importante evitare che modelli sviluppati negli Stati Uniti siano forzatamente adattati in contesti europei o viceversa. Lo sforzo della progettazione formativa è necessario, per questo motivo ogni intervento deve essere progettato ex novo. Inoltre gli interventi formativi, promossi senza interventi sull’organizzazione studiati caso per caso, sono pressoché nulli.
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Conclusioni
L’attenzione alla felicità non nasce soltanto da valori etici ma è sostenuta da un preciso tornaconto economico. Una persona felice ha maggiori capacità d’attenzione e concentrazione sul lavoro, riduce i tempi d’esecuzione delle attività ed esercita spontaneamente un controllo qualitativo sul lavoro che svolge. La felicità è concretamente il terreno migliore sul quale far crescere la creatività che è la chiave differenziale rispetto ai nuovi competitori che nei paesi emergenti, sfruttano il minor costo del lavoro per replicare prodotti creati e congegnati da altri. La parte ricca del mondo non può ridurre i costi produttivi tanto meno aumentare i prezzi dei prodotti. Per questo l’unica possibilità è utilizzare la ricchezza del patrimonio umano di cui dispongono le aziende per produrre beni e servizi con valori non replicabili da nessun concorrente. L’unico bene in nessun modo replicabile è una persona felice e tutto ciò che da questo consegue. Possiamo smetterla con i cesti di frutta all’ingresso: ora è possibile promuovere una nuova cultura aziendale che riporti la persona e le sue capacità nel cuore del lavoro.
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Note sull’autore di questo contributo
Marco de Santis è formatore, consulente e coach, per saperne di più su di lui potete visitare il sito: www.marcodesantis.com
Collegamenti esterni
Pagina di Wikipedia sulla felicità (in inglese)
Pagina di Wikipedia sul profitto